La Capitale italiana delle istituzioni culturali che lascia il fermento della provincia ad assistere allo spettacolo
di Alessandro Tettamanti
L’Aquila 2026 Capitale italiana della cultura è una grande occasione per il territorio, di cui però in controluce si iniziano a intravedere sempre meglio i contorni e le storture, che hanno una matrice comune: quella di pensare la cultura quasi esclusivamente come un prodotto delle grandi istituzioni culturali, davanti al quale la città, inclusa la sua parte culturalmente più vivace e giovane, è chiamata semplicemente ad assistere.
INFATTI C’E’ TROPPA POCA PARTECIPAZIONE, basti pensare che il bando per le piccole associazioni è stato pubblicato dall’amministrazione Biondi ora, a gennaio 2026, e non contiene alcuna novità rispetto alla formula abituale RESTART che prevede la compartecipazione al 50% e nessuna semplificazione rispetto agli enormi adempimenti burocratici, uguali a quelli a cui deve far fronte una grande istituzione, come per esempio può essere il Teatro Stabile o il Maxxi, insomma Enti che hanno ben altre risorse a disposizione (oltre che finanziamenti specifici).
Questo sta scoraggiando le piccole associazioni a partecipare a Capitale della Cultura perché di fatto inconveniente: tutto troppo all’ultimo momento, tutto troppo incerto ed oneroso. Tutt’al più meglio fare qualcosa per proprio conto sfruttando i soliti canali.
La Capitale dunque non smuoverà nessuna forza culturale dal basso per elevarla in virtù del riconoscimento ottenuto dalla città con le rispettive risorse. Per farlo avrebbe dovuto iniziare prima del 2026, pensando la preparazione stessa a Capitale come Capitale e quindi momento di coinvolgimento e stesura collettiva di un grande progetto culturale. Il dossier, fatto a monte del riconoscimento, non può essere sufficiente in tal senso, tanto più che molte associazioni che vi hanno partecipato in seguito alla manifestazione d’interesse, sono state utilizzate per scriverlo e poi escluse in base a non si sa quale criterio.
Da quando L’Aquila è stata scelta Capitale ci sarebbe stato il tempo di generare coinvolgimento e partecipazione intorno ad idee comuni e invece l’Amministrazione ha pensato per lo più a creare organismi per la gestione dei fondi.
L’Aquila 2026 non sarà dunque un investimento verso chi da anni si sbatte per produrre cultura in provincia portando avanti le sue iniziative tra mille difficoltà e contribuendo ad ampliare la proposta sul territorio. Non sarà un’occasione per i giovani e le giovani del territorio che sperimentano con idee innovative, in quanto per loro ci saranno le stesse opportunità di sempre, ossia poche.
Non servirà a tirar fuori e dar lustro a quell’iniziativa culturale costante che pervade la strana città dell’Aquila da decadi, la stessa che indusse il pianista Arthur Rubinstein a definire il capoluogo abruzzese la Salisburgo d’Italia e il teatro d’avanguardia del Living theatre a instaurare un rapporto importante con la città, solo per fare alcuni esempi.
Nella personale esperienza di crescita all’Aquila, sento di poter rintracciare il sentimento che fa dell’Aquila una reale città di cultura nel numero sterminato di rock band della “piccola Seattle” della fine degli anni novanta, nell’insorgere del rap dopo il terremoto e nella potenza creativa che l’anomalia di spazi autogestiti in provincia come CaseMatte e l’Asilo Occupato hanno dato dal basso alla cultura, dopo la catastrofe del 2009.
La capitale poteva essere, tra le altre cose, il riscatto di questo mondo culturale semi sommerso che per decadi ha cercato un riconoscimento e i giusti mezzi per sprovincializzarsi e aprirsi così al mondo.
Quest’anima autentica di città di cultura – di cui ho riportato sia chiaro solo uno spaccato – non sarà dentro la Capitale della cultura, che chiamerà i piccoli-grandi talenti artistici locali solo ad essere educati spettatori degli spettacoli dei “grandi”, alcuni sicuramente belli e che piaceranno, utili come formazione e con un ritorno d’immagine ed economico nell’immediato.
All’indomani del 2026 ci sono già i presupposti purtroppo affinché sarà tutto come prima, forse peggio, perché la grande occasione sarà passata e chi in città, da sempre con poche o senza risorse, continuerà a fare cultura perché è la sua passione, non lo farà con nuova consapevolezza, dovuta al riconoscimento e ai mezzi ottenuti, ma continuando per lo più a contrapporsi, in una sorta di coazione a ripetere, alla maledizione della provincia così ben espressa dal motto cittadino: immota manet (tutto resta fermo). Perché? Perché il riconoscimento di Capitale della cultura non lo ha riconosciuto. Il più grande errore.
LA PROGRAMMAZIONE sembrerebbe consistere in un potenziamento di quello che all’Aquila viene già messo in campo ogni anno dalle istituzioni culturali locali e che d’estate in particolare prende forma nei contenitori dei Cantieri dell’immaginario e della Perdonanza.
Qualcosa in assoluta continuità, dunque, con quanto sopra detto a proposito di mancanza di investimento sulla partecipazione delle piccole associazioni culturali e sulla dimensione non corale e polifonica della Capitale (che coerentemente ha abbandonato il sottotitolo presente nel dossier di ‘città multiverso’) .
Un programma “dinamico” l’hanno chiamato, che si può rintracciare sul sito di L’Aquila capitale, ma che non offre granché oltre l’ordinario e che appunto viene detto ‘dinamico’ perché in realtà non c’è. D’altronde un bando per le associazioni che esce a Capitale già iniziata è stortura evidente ai fini di un’offerta più ampia, fitta e variegata. L’assenza di un calendario vero e proprio mette in seria difficoltà anche gli operatori che non sanno indirizzare la domanda che arriva. Qualcosa da aggiustare e a cui gli organizzatori devono rispondere nel merito affinché venga migliorato.
GLI SPAZI CHE NON CI SONO come il Teatro [SIC!] la cui assenza per mancata ricostruzione, getta un’ombra di non poco conto sulla Capitale. Si è detto riaprirà per l’ultimo evento, ma non può di certo essere una buon notizia a sedici anni da quel maledetto 2009.
Questo perché L’Aquila non ha espresso in questi anni una cultura dello spazio pubblico e quindi della sua ricostruzione, che è andata avanti solo per gli spazi privati abitativi e commerciali. Un’ideologia che pesa come un macigno su quest’anno Capitale che semplicemente gli spazi non li trova e paga quest’errore culturale, più volte segnalato da ambiti politico-culturali, e mai recepito dalle Amministrazioni.
Non si sa dove si farla la capitale della Cultura, che infatti è iniziata in una manifestazione dentro una caserma, la stessa che accoglieva la protezione civile all’indomani del terremoto, segno tangibile che a livello pubblico purtroppo non è cambiato poi molto. Certo c’è Piazza Duomo e le vie e le piazze in generale, quando ad aprile la città inizierà a scongelarsi. Prima c’è ben poco a disposizione.
C’è per esempio l’ex Asilo occupato, in cui la Capitale che vi terrà delle mostre ed altre iniziative, proprio in virtù della sua storia. L’Asilo infatti fu occupato nel 2011 da un gruppo consistente di ragazzi e ragazze che denunciavano la mancanza totale di spazi pubblici dove fare socialità e cultura accessibile e che in base a questo bisogno hanno agito dando un’importante risposta dal basso.
Proprio in virtù di questa necessaria forzatura, il Governo Berlusconi stanziò due milioni di euro per riqualificare l’Asilo e l’Amministrazione Cialente realizzò, con la Regione a guida D’alfonso, un progetto, con le cui risorse l’amministrazione Biondi lo ha riqualificato nella sua parte strutturale. Grazie a questa storia, che in realtà lo vede vuoto da più di un anno al di là della presenza di un centro anziani, è oggi uno dei pochi luoghi pubblici di media grandezza utilizzabile per la Capitale, che vi terrà un’importante mostra sull’ingegneria locale. Lo potrà fare proprio grazie alla sua storia di iniziativa dal basso, la stessa che quest’amministrazione vuole totalmente negare perché assente dal suo DNA. Ma la contraddizione dovrebbe essere esplicita.
Oltre a non esserci un teatro, nel centro della città, non ci sono sale polifunzionali, non c’è un cinema (il Massimo è ancora in ricostruzione) non c’è una Biblioteca pubblica (spostata tristemente dopo il sisma nel centro industriale di Bazzano e chiusa), non ci sono scuole. Insomma mancano gli spazi della città, perché l’idea sottostante dell’Amministrazione alla ricostruzione del centro, purtroppo, è un’altra, legata al solo turismo occasionale e a un luogo per eventi. Nessuna politica pubblica per la ricostituzione di una comunità, che passa necessariamente attraverso il ritorno di residenzialità, servizi e appunto di un’idea di spazio pubblico in cui incontrarsi e creare senza timori. La Capitale della cultura pensata dalla destra al governo, che si svolgerà in questo 2026, si colloca perfettamente in questo solco errato e non si pone dunque affatto come strumento virtuoso per rimediare alla mancata ricostruzione sociale.
I CONSIGLIERI DI DESTRA DESTRA hanno recentemente risposto a una conferenza stampa del Partito Democratico che metteva in ordine gli elementi citati anche qui, parlando di invidia della sinistra che ha sempre avuto egemonia culturale e adesso si sente spiazzata. Invece che andare nel merito delle critiche sollevate in maniera esplicitamente propositiva, la destra destra al Governo preferisce esplicitare la sua ideologia revanscista, impersonatitcata dal Sindaco Biondi che si è tenuto soprattutto per questo la delega alla cultura. C’è un livore importante da parte di questa destra che oggi, in posizione di assoluto potere, non accetta nessuna critica verso il suo operato.
Invece di prendersi le proprie responsabilità di governo, preferisce fare la vittima e voler affermare quella che crede essere una rivincita in campo culturale da consumare instaurando una loro egemonia. Lo fa in un momento in cui ha la possibilità di gestire risorse straordinarie, legate alla contingenza dei fondi della ricostruzione – di cui il 4% va alle attività produttive e culturali come intuì il centro sisnitra – e del PNRR.
Così facendo però non permettono di toccare palla a nessun altro fuori dal loro campo e questo non sembra essere un’atteggiamento particolarmente intelligente ai fini di raggiungere i risultati importanti promessi e di cui questa città ha bisogno. Sarebbe stato meglio ragionare con più teste e coinvolgere, per avere risultati che portassero benefici strutturali e che durassero nel tempo, quando le risorse a disposizione saranno molte meno.
L’AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA NEO FASCISTA sarebbe l’ultimo distopico passo, le cui premesse sono già nell’atteggiamento dei consiglieri sopra citati. Dove arriverà il revanscismo di Biondi e soci? La capitale della cultura verrà usata (anche) come strumento di propaganda ideologica dell’ultra destra, legata all’internazionale nera e ai vari sovranismi, di cui l’attuale Giunta sembra essere punta di diamante in Italia?
Da alcune premesse sembrerebbe di sì visto anche che uno dei primi eventi che è stato presentato con il logo di Capitale della cultura, è un festival chiamato “OFF” che vedrà la presentazione di tre libri tutti legati dall’ideologia di estrema destra, uno dei quali pubblicato dalla casa editrice Alta forte, vicina al movimento neo fascista di CasaPound. Lo stesso movimento in cui militò Biondi prima di diventare Sindaco, ruolo nel quale ha poi impedito, molto democraticamente, a ZeroCalcare e Saviano di partecipare a un Festival. Lo stesso Biondi che in un’intervista alla vigilia dell’inaugurazione dell’Aquila 2026 Capitale italiana della cultura, ci ha tenuto a definirsi NON Antifascista, facendo sì che poi questa diventasse la notizia nazionale, probabilmente a suo vantaggio politico, ma a discapito della città.