Dov’è la Cultura nella Capitale?
Di Emanuele Amadio
Non è difficile dimenticare le immagini di Marzo 2024 quando, in prima fila insieme a tante e tanti primi cittadini da tutta Italia, il Sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, evidentemente commosso, stringeva la mano al collega di partito e Presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio per festeggiare la proclamazione del Capoluogo abruzzese a Capitale della Cultura Italiana per l’anno 2026. Un successo che tutte e tutti celebrammo con grande soddisfazione, ma con la consapevolezza che a questa nomina sarebbe dovuto seguire un lavoro più che mai intenso, una programmazione efficace ed un nuovo modo di intendere e vedere la cultura nella nostra città. Ad oggi, luglio 2025, tutto ciò è evidente che non si sia realizzato e le criticità sul piano culturale che colpiscono L’Aquila sono ancora, purtroppo, troppe. Forse in molti abbiamo una visione troppo ambiziosa del termine cultura, ma è un dato di fatto che per l’ennesima volta la nostra Amministrazione si sta tuffando nel vuoto, in un titolo ambito e desiderato per anni, ma che probabilmente neanche meritiamo realmente.
In questo articolo proverò a fare una sintesi quanto più completa possibile in merito.
I costi e la portata degli eventi
Un primo fattore da tenere assolutamente in considerazione sono i costi e le spese che il Comune dell’Aquila sostiene per la cultura e la relativa portata degli eventi che si svolgono sul territorio. Come ben tutti sappiamo la nostra città ospita attualmente due grandi manifestazioni culturali: la Perdonanza Celestiniana ed i Cantieri dell’Immaginario. Negli ultimi 8 anni di amministrazione Biondi sono stati spesi circa 30 milioni di euro per queste iniziative – come denunciato qualche giorno fa dall’avvocato Fausto Corti – senza che nessuna di queste sia uscita dai limitati confini cittadini. Non è una questione di poco conto: una città che ha l’ambizione di allargare la propria offerta culturale, a fronte di spese così alte, dovrebbe avere l’altrettanto ambizioso obiettivo di allargare la portata delle iniziative proposte quantomeno su una dimensione regionale, se non nazionale.
Parlando della Perdonanza, ad esempio, basterebbe valorizzare l’importanza storica di questa iniziativa e sponsorizzare l’unicità dell’apertura annuale della Porta Santa per allargare ad una platea nazionale l’evento. A maggior ragione si sarebbe dovuto fare quest’anno dove – ricordiamolo – a Roma si tiene il Giubileo. Si sarebbe dovuto lavorare con largo anticipo per sfruttare a pieno questa occasione, ma ancora una volta si è arrivati in ritardo, ricorrendo a qualche protocollo “d’emergenza” con la Capitale per tentare quantomeno di tamponare il non fatto degli ultimi anni.
Tuttavia, a circa un mese dall’inizio della Perdonanza Celestiniana, solo oggi si è venuti a conoscenza del programma, le iniziative che saranno inserite nel calendario e gli ospiti. Neanche la più piccola sagra del più piccolo paese italiano ha una gestione così pessima della comunicazione, il problema è che qui stiamo parlando della più importante iniziativa culturale di un capoluogo di regione, su cui si dovrebbe investire in maniera assidua e che dovrebbe avere una risonanza nazionale.
La cultura di destra che esclude
Un secondo aspetto da tenere assolutamente in considerazione è l’idea di cultura che c’è nella nostra città, completamente chiusa dentro le logiche della destra locale. Il primo esempio concreto di ciò lo abbiamo avuto già nel 2019, quando il Sindaco Pierluigi Biondi si rifiutò di ospitare all’Aquila il Festival degli Incontri che prevedeva, tra l’altro, l’arrivo in città del fumettista Zerocalcare e dello scrittore Roberto Saviano. In quell’occasione Biondi, dal palco di Atreju, l’ormai celebre festa nazionale di Fratelli d’Italia, si vantò di questa scelta dicendo: “Non ce li voglio perché L’Aquila è una città plurale, nobile, aristocratica, bella, che non merita questo genere di cose”. Si trattò di una battaglia ideologica durante la quale il primo cittadino si scagliò anche contro Annalisa De Simone, organizzatrice del Festival, definendo la sua iniziativa “una pagliacciata di sinistra”.
Altra pagliacciata di sinistra che la nostra città ha perso per l’egoismo e la chiusura di un’amministrazione evidentemente non disposta a ragionare sulle opportunità per il proprio territorio è sicuramente il Festival della Partecipazione, un’iniziativa di portata nazionale promossa da ActionAid e Slow Food Italia che ormai da diversi anni si tiene a Bologna. Anche qui il concetto è chiaro: la partecipazione, la cultura promossa da realtà ideologicamente lontane dalle idee di Biondi e della sua Giunta non è all’altezza della nostra città. Peccato che il Festival della Partecipazione attrae annualmente migliaia di persone, soprattutto giovani generazioni, proponendo un’idea non solo frontale di cultura, ma al contrario basata sulla partecipazione, sulla discussione e sulla socialità. Esattamente quello che la maggioranza nella città dell’Aquila ripudia.
Al posto di questo, infatti, si preferiscono eventi culturali come il festival “L’Aquila città del libro” di un paio d’anni fa, finanziato con fondi pubblici sia dal Comune dell’Aquila che dalla Regione Abruzzo, che rappresentava una vera e propria passerella della destra nazionale, con ospiti dichiaratamente fascisti ed antisemiti, tanto da far esplodere una polemica nazionale (l’unica dimensione nazionale che siamo riusciti a raggiungere con la nostra offerta culturale) che spinse Biondi a fare un passo indietro su alcuni relatori. Come se questo non bastasse, ricordiamo che nei mesi passati il Comune ha patrocinato una conferenza promossa da Avamposto Fontesecco, l’associazione aquilana che fa riferimento a Casapound Italia. Anche in questo caso L’Aquila finì sulle cronache nazionali, e di certo non fu un vanto.
Spazi culturali
Ultimo, ma non per importanza, la questione degli spazi culturali nella città dell’Aquila. Partiamo dalle biblioteche pubbliche: come denunciato dal Partito Democratico locale pochi giorni fa, la biblioteca regionale Tommasi da oltre 2 mesi è chiusa al pubblico e la sua sistemazione temporanea nella località di Bazzano nel post terremoto sembra essere definitiva. Oltre ad una biblioteca pubblica in centro storico manca anche un teatro che sia degno di essere definito tale. Nonostante la passerella del Ministro della Cultura Alessandro Giuli di qualche mese fa, infatti, i lavori del Teatro dell’Aquila, iniziati ricordiamolo nel 2015, sono ancora molto indietro e, forse, termineranno nel 2027, non permettendo l’utilizzo della struttura per l’anno della Capitale della Cultura.
Di fronte a tutto questo (e ci sarebbe ancora molto altro da elencare) una domanda viene spontanea: è questo il tipo di cultura che desideriamo per la nostra città? Davvero meritiamo il titolo di Capitale italiana della Cultura? Anche rispetto a ciò è necessario un cambio di passo, un ripensamento radicale del concetto di cultura che stiamo portando avanti, una nuova discussione sul tema che rimetta al centro le opinioni e le idee delle cittadine e dei cittadini, delle associazioni artistiche del territorio, di chi – al di là delle posizioni ideologiche – vuole contribuire alla rinascita non solo materiale, ma soprattutto sociale dell’Aquila.